La notte tra il 13 ed il 14 gennaio 2012, a Gello, frazione di San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, Roberta Ragusa scompare nel nulla. Per la giustizia italiana è stata uccisa dal marito, Antonio Logli, condannato in via definitiva.

La storia di questa donna, moglie e mamma, è stata seguita per tanti anni da milioni di italiani, che hanno imparato a conoscerla, ad amarla. Centinaia di uomini e donne hanno speso ogni energia in corpo per questo caso, uno di loro è Rino Sciuto, Luogotenente del Reparto Crimini Violenti del R.O.S. Carabinieri, ora in congedo, conosciuto anche con il nome di battaglia Paco.

Copertina del diario d’indagine

In “Roberta Ragusa – L’amica che non ho mai conosciuto”, Rino Sciuto ha compiuto il suo ultimo servizio per questa povera donna, scrivendo un diario d’indagine in cui riporta il percorso investigativo e di ricerca di Roberta, che purtroppo non è stata più ritrovata. Lo fa con un linguaggio sorprendentemente semplice, alla portata di tutti ed è questa la vera ricchezza del suo libro, perché permette proprio a tutti di tornare sul caso vero e proprio, scevro da sensazionalismi mediatici, pregiudizi e preconcetti.

Rino, se tu potessi misurare ciascuna delle emozioni che si sono alternate in questi lunghi anni d’indagine, qual è stata quella più forte e quella più tiepida?

L’autore, Rino Sciuto

In questo caso, che ormai è entrato a fare parte indissolubilmente della mia vita, avrei decine e decine di “emozioni” da poter narrare, da poter raccontare. Quella che però ritengo la più forte è, senza dubbio alcuno, quella della sera 10 luglio del 2019, quando la Suprema Corte di Cassazione ebbe a pronunciarsi sulla definitiva condanna a 20 anni di reclusione di Antonio Logli per omicidio e distruzione del cadavere della moglie, Roberta Ragusa. Volerla chiamare emozione, poi, è anche troppo, nessuna condanna potrà mai dare emozioni. Chiamiamola “soddisfazione emotiva” o ragionevole coronamento del risultato per anni di lavoro. Però, ad un certo punto, avevo paura che tutto potesse essere ribaltato, non perché non vi fossero le basi per la condanna, ma perché temevo che i giudici potessero interpretare, alla stregua della prima sentenza di “non luogo a procedere”, in modo errato. Per quanto concerne, poi, le emozioni intese come tali, tutte quelle in cui, nel corso delle ricerche, ci sentivamo vicini al raggiungimento dell’obiettivo. Ogni tentativo sembrava davvero quello buono. Purtroppo, così non è stato.
Di “emozioni tiepide”, obiettivamente, non ne ho a mente. Per come il “caso Ragusa” mi ha coinvolto personalmente, prima che professionalmente, ha fatto sì che tutte le emozioni vissute in quegli anni abbiano avuto, più o meno, tutte la stessa carica emozionale.

Hai avuto mai modo, alla chiusura del caso, di incontrare e parlare con i familiari di Roberta, quelli che l’hanno amata e la amano tutt’ora? A caso chiuso, cosa vorresti dire loro?

A parte con la cugina Maria, che vive qua a Roma, con la quale ho avuto modo di scambiare qualche pensiero al telefono, e con la cugina Annamaria, con cui sono in contatto sui social, che sono tra coloro che “l’hanno amata e la amano tutt’ora”, non ho mai avuto modo di interfacciarmi compiutamente con nessun altro dei familiari.
Cosa vorrei dire loro? A chi l’ha voluta, e la vuole ancora bene dico che è molto bello il fatto che tengano ancora vivo il ricordo di questa bella mamma dal nome Roberta. Agli altri, invece, non dico nulla… e questo “nulla” contiene veramente tanto.

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